Immigrazione e diritti civili

Zappatore: «Sto con tutti i sindaci che combattono contro il decreto Salvini»

Dura presa di posizione del consigliere comunale di Città Civile, che con un post sul suo profilo Facebook si schiera al fianco di tutti i primi cittadini che vogliono disapplicare le nuove disposizioni sui permessi umanitari

Politica
Terlizzi sabato 05 gennaio 2019
di Michele Colaleo
daniela zappatore, città civile
daniela zappatore, città civile © n. c.

Il D.L. n. 113 del 4 ottobre 2018 in materia di immigrazione e sicurezza pubblica è ufficialmente diventato legge dello Stato il 3 dicembre dello scorso anno. Il provvedimento, fortemente voluto dal Ministro dell’Interno Matteo Salvini, ha immediatamente sollevato importanti dubbi di costituzionalità legati alla stretta sui diritti umani, civili e politici degli immigrati che si trovano a vivere e lavorare dentro i confini nazionali.

L’intero percorso di approvazione del decreto è stato accompagnato da numerose manifestazioni di dissenso da parte dei Sindaci di tante città italiane, che hanno votato dei documenti con cui veniva richiesto di sospendere l’applicazione delle nuove norme da esso introdotte.

Alle prese di posizione di centri come Torino, Bologna e Parma si è unita anche quella di Terlizzi, dove a fine novembre i consiglieri di opposizione Zappatore, Sigrisi e Volpe hanno sottoscritto la proposta di congelare gli effetti dell’articolato di legge a firma Salvini “fino a conclusione dell’iter parlamentare, al fine di aprire un confronto con le istituzioni locali per valutarne l’impatto in termini economici, sociali e di sicurezza sul territorio”.

L’iniziativa - ricorda Zappatore nella sua ultima nota Facebook - “era promossa in tutta la Regione dal Sindaco di Bitonto Michele Abbaticchio e dal movimento politico Italia in Comune”, allarmati dalle stime dell’Anci, che prevedono un aumento di spesa di circa 280 milioni di euro per gli enti locali, sui quali il decreto sposta tutto il sistema sanitario e di accoglienza degli immigrati.

Il governo non ha dato molto ascolto a queste prime e diffuse voci di dissenso, tanto che secondo Zappatore “esso è stato concepito in assenza assoluta di condivisione, concertazione e confronto, preferendo perseguire il consenso elettorale” ed ignorando pure l’appello del capo dello Stato, che aveva esplicitamente richiesto di correggere alcuni punti del testo più controversi sui diritti umani fondamentali.

L’accusa di incostituzionalità e di introduzione di discriminazione tra cittadini italiani e stranieri è alla base anche delle recenti dichiarazioni del Sindaco di Palermo Leoluca Orlando, che il 2 gennaio ha tuonato: “Su alcuni temi, e tra questi il rispetto dei diritti umani, io ho una visione e una cultura diversa da quella del Ministro dell'Interno, ma qui siamo di fronte a un problema non solo ideologico, ma giuridico. Non si possono togliere diritti a cittadini che sono in regola con la legge, solo per spacciare per 'sicurezza' un intervento che puzza molto di razziale".

Il riferimento di Orlando è alle nuove norme stabilite dall’articolo 1 del decreto sicurezza, che elimina i permessi di soggiorno per motivi umanitari, sostituendoli con permessi “speciali” più difficili da ottenere per il richiedente asilo. Essi potranno essere concessi soltanto per curare malattie estremamente gravi, per le vittime di violenza, per calamità naturali nel Paese di origine, per i lavoratori sfruttati e per atti di eroismo. Anche chi non ha questi requisiti, ma rischia la tortura o la persecuzione se rimpatriato, potrà accedere ai nuovi permessi, che per legge - secondo l’articolo 13 del decreto - costituiscono un documento di riconoscimento non sufficiente a permettere l’iscrizione all’anagrafe e ad ottenere la residenza.

Ciò comporta l’esclusione di molti immigrati da tutta una serie di prestazioni sociali, come la frequenza delle scuole per i minori e l’iscrizione al servizio sanitario nazionale, trasformandoli così in individui non più tutelati dallo Stato italiano.

“Ci sono migliaia, centinaia di migliaia di persone che oggi risiedono legalmente in Italia, pagano le tasse, versano contributi all’Inps e fra qualche settimana o mese saranno 'senza documenti' e quindi illegali”, ha affermato Orlando, che ha deciso di passare dalle parole ai fatti.

L’atto di “disobbedienza” del Sindaco di Palermo si è tradotto in una comunicazione scritta ai responsabili dell’ufficio anagrafe, con la quale ha impartito la disposizione di “sospendere, per gli stranieri eventualmente coinvolti dalla controversa applicazione della legge, qualunque procedura che possa intaccare i diritti fondamentali della persona con particolare, ma non esclusivo, riferimento alle procedure di iscrizione della residenza anagrafica”.

L’iniziativa di Orlando ha suscitato reazioni di segno contrapposto: se tanti Sindaci - De Magistris e Nardella in testa - sono usciti allo scoperto e dicono di voler seguire il suo esempio, Salvini ha ricordato “a questi Sindaci di sinistra che il decreto sicurezza è stato approvato da governo e Parlamento e firmato dal Presidente della Repubblica (ed è quindi una legge dello Stato). Orlando vuole disobbedire? Non manderò l’esercito, ma ne risponderà legalmente”.

Zappatore si schiera senza se e senza ma con i Sindaci “disobbedienti”, sostenendo che in realtà “non si tratta di disobbedienza civile, ma di obbedienza alla Carta costituzionale”.

Il consigliere di Città Civile chiarisce il suo pensiero rendendo omaggio a don Milani e don Tonino: “Guardo a loro e a chi come loro salva l’uomo senza se e senza ma. Di qualsiasi colore e a qualunque Stato appartenga. La vita è sacra, va accolta e salvaguardata. Questa è la mia legge. E mai mi riconoscerò in chi semina odio, rancore e crea divisioni”.

Lascia il tuo commento
commenti
I commenti degli utenti
  • Nicolò Alòtamura ha scritto il 06 gennaio 2019 alle 11:50 :

    Per la redazione. Fino a quando continueremo a vedere la faccia di Baldini e leggere dei milioni guadagnati ???? Spero almeno che ci guadagnate qualcosa !!! Rispondi a Nicolò Alòtamura

  • Salvatore Di Gennaro ha scritto il 06 gennaio 2019 alle 08:38 :

    Ringraziando la Redazione per la pazienza nei miei confronti, vorrei concludere elencando le cose che i ragazzi, dalla seconda metà degli anni '60 in poi, contestavano: tutto ciò che aveva costituito, fino ad allora, il piedistallo della società, e cioè il rispetto, la tradizione, la distinzione dei ruoli, il senso del dovere e del merito. Ma come si arrivò ai cosiddetti "anni di piombo"? Dopo che gli studenti di alcune parti d'Italia devastarono il sacro concetto di "scuola", facilitati, come ho detto, da governi del tutto deboli (la DC, cattolica e tollerante, comandava ininterrottamente), si rivolsero alle fabbriche, sobillando gli operai alla rivolta contro il "padrone sfruttatore". Probabilmente avevano ragione, ma il metodo violento di lotta divenne purtroppo sempre più una prassi. Rispondi a Salvatore Di Gennaro

  • Salvatore Di Gennaro ha scritto il 05 gennaio 2019 alle 13:48 :

    IVa parte. Erano gli anni, quelli seguenti, in cui il debito pubblico aumentava a dismisura, con l'inflazione (direttamente proporzionale al denaro che circola) che arrivava a cifre molto alte. Si davano aumenti e gratifiche a tutti. E' stata un'Italia assurda, quella che ha preceduto il nostro ingresso nell'euro. In politica vi è stato lo stravolgimento del concetto di "avversario politico": esso è diventato un nemico da combattere in tutti i modi, facendo ostruzionismo, caos al Parlamento, critiche feroci tramite i mezzi di comunicazione, disubbidienza istituzionale (i giorni d'oggi). Quello che non si riesce ad ottenere con le elezioni, si cerca (e si cercava) di prenderlo con altri metodi. L'importante è distruggere il nemico democraticamente eletto. L'interesse dell'Italia? Non conta. Rispondi a Salvatore Di Gennaro

  • Salvatore Di Gennaro ha scritto il 05 gennaio 2019 alle 13:35 :

    Terza parte. Iniziarono così i cosiddetti "anni di piombo": si sparava ai magistrati, ai politici, ai giornalisti scomodi, ai docenti universitari, ai sindacalisti che non si allineavano, alle forze dell'ordine, ai crumiri, ai capi reparto. Si dava del "fascista" (e qualche imbecille lo fa tuttora) a chiunque facesse delle obiezioni. Una parte della politica italiana, fautrice del "tanto peggio, tanto meglio", si trovò a proprio agio, pensando di guadagnarci. Il sindacato che ora, dopo che è la Germania a decidere cosa dobbiamo fare, non conta più alcunchè, divenne onnipotente e condizionante, ma senza mai proporsi come alternativa di governo. A Roma, dove vivevo, quasi ogni giorno c'era un corteo. Fine terza parte. Rispondi a Salvatore Di Gennaro

  • Salvatore Di Gennaro ha scritto il 05 gennaio 2019 alle 13:24 :

    Seconda parte. In un crescendo rossiniano, non intralciato da dei governi instabili e del tutto impreparati, l'onda "rivisitatrice" della società raggiunse un primo apice nel '68, con la contestazione studentesca, sempre ad imitazione del "maggio francese". Anche qui i governi dimostrarono tutta la loro incapacità: avrebbero dovuto comprendere che sono davvero pericolosi i moti autoctoni e non quelli che avvengono ad imitazione di altri, ed invece di minacciare una esclusione da ogni futuro concorso statale e parastatale per tutti quelli che occupavano le scuole (l'unico argomento che avrebbe ottenuto un rapido effetto), inviarono le camionette della "Celere", col risultato di ottenere l'opposto di quello che speravano, galvanizzando gli studenti. Fu il caos. Fine seconda parte. Rispondi a Salvatore Di Gennaro

  • Salvatore Di Gennaro ha scritto il 05 gennaio 2019 alle 13:13 :

    E' corretto aggiungere qualcosa a ciò che ho detto, ad uso dei più giovani, ai quali non viene insegnato alcunchè del nostro "passato prossimo". Diciamo che la linea di demarcazione tra la vecchia e la nuova Italia si colloca intorno all'anno 1963: eravamo al boom della "ricostruzione" postbellica ed il mondo, così come noi, stava attraversando una fase di quiete e di prosperità. Ma una situazione di "calma piatta" non piace ai giovani e, specialmente, agli intellettuali. Ecco quindi i primi segni d'irrequietezza: capelloni, figli dei fiori, indiani metropolitani, contestazioni contro la monotonia di quel tipo di esistenza. Il "la" come al solito veniva dai paesi anglosassoni, verso i quali noi provinciali abbiamo sempre avuto atteggiamenti di sottomissione culturale. Fine prima parte. Rispondi a Salvatore Di Gennaro

  • Felice cantatore ha scritto il 05 gennaio 2019 alle 11:09 :

    Ecco brava, stai con chi vuoi ma la legge va rispettata così come noialtri abbiamo fatto con le vostre fallimentari scelte che hanno portato alla dissoluzione del pd Rispondi a Felice cantatore

  • salvatore di gennaro ha scritto il 05 gennaio 2019 alle 06:46 :

    Giusto o non giusto, il decreto Salvini è un atto legislativo legittimo di uno Stato democratico, e deve essere osservato. Da quando, cessate le ondate emigratorie preistoriche, ceppi riconosciutisi identici hanno creato le nazioni, si sono prodigati nel difenderne i confini. L'Italia è un caso a parte, data la varietà estrema dei gruppi etnici costitutivi che hanno inibito, di fatto e specie al Sud, la nascita del senso dello Stato. I giovani, non fuorviati da religione o ideologie, stanno capendo che forse è il caso che si esso manifesti. Il problema è dato dai vecchi nostalgici delle rivoluzioni post sessantottine, tendenti essenzialmente a distruggere lo Stato: pensano ancora di asservire alla loro ideologia un'intera nazione, fidando nell'inconsistenza della reazione al loro operato. Rispondi a salvatore di gennaro