Riceviamo e pubblichiamo

Mensa scolastica, la lettera di una mamma: «Genitori convocati soltanto per le foto di rito»

Una ricostruzione dell'incontro svoltosi il 22 ottobre scorso tra il sindaco Gemmato, i dirigenti scolastici e i rappresentanti dei genitori, al termine del quale è stato comunicato l'avvio del servizio, avvenuto ieri

Politica
Terlizzi martedì 06 novembre 2018
di La Redazione
mensa scolastica
mensa scolastica © n. c.

Riceviamo e pubblichiamo la lettera aperta inviataci da una mamma sulla questione delle mense scolastiche cittadine, che sono partite soltanto ieri, 5 novembre, in ritardo di alcune settimane rispetto all'inizio dell'anno scolastico. La lentezza nell'attivazione del servizio ha allarmato i genitori terlizzesi, che hanno fondato un comitato di scopo, #Ninìcalalapasta, per sollecitare l'amministrazione.

Nella lettera, che riportiamo integralmente, Antonella - questo il nome della genitrice - ricostruisce l'incontro svoltosi il 22 ottobre scorso tra il sindaco Gemmato, i dirigenti scolastici della Don Bosco e della Pappagallo, e alcuni rappresentanti dei docenti e dei genitori, al termine del quale l'amministrazione ha comunicato la data di avvio delle mense scolastiche.

La mamma esprime alcune riflessioni critiche sull'andamento della riunione, facendosi portavoce della delusione dei genitori per non essere stati coinvolti nel processo decisionale ed essere stati convocati soltanto a giochi fatti dal sindaco.

Non sono qui per parlare di politica, non ne sarei capace. Sono qui per parlarvi di emozioni, diritti, desideri; di delusioni, ingiustizie, indignazione.

Mi è sempre piaciuto immaginare un governo, una amministrazione comunale, scuole, ospedali che lavorino per l'inclusione, per l'accoglienza, per il rispetto delle persone. Mi sarebbe piaciuto immaginare un sindaco che accogliesse un gruppo di cittadini, genitori, giunti in comune in seguito ad una convocazione, e che, stringendo la mano ad ognuno di loro, dicesse: “Buongiorno, ben arrivati! Prego, entrate pure, accomodatevi, c'è posto per tutti, ci stringeremo!".

Ad essere convocati infatti per il 22 ottobre alle ore 12 (orario improponibile), sono stati i dirigenti scolastici della scuola Don Bosco e Don Pietro Pappagallo con i relativi rappresentanti dei genitori e corpo docenti. Detta così sembrava essere indirizzata a rappresentanti di classe e non specificatamente a quelli del consiglio di circolo. Oggetto: “Refezione scolastica”, cioè mensa. Che bella parola! Rimanda a caldi momenti conviviali! Ma sono stati tutt'altro...

Nonostante l'ora e la forte pioggia, in comune ci siamo arrivati e anche in un bel numero, tutti motivati dall'interesse per l'attivazione della mensa scolastica ad oggi ancora ferma. Percepisco da subito un clima di imbarazzo, di tensione da parte dei presenti: il Sindaco, il suo collaboratore con in mano già pronta la macchina fotografica che gli sembra incollata al palmo, il comandante dei Vigili Urbani di Terlizzi, una consigliera comunale, credo e spero in veste di genitore, già nella stanza del sindaco al nostro arrivo. Ci viene comunicato che, tra i genitori presenti, ad accomodarsi nella stanza del sindaco, dovevano essere soltanto quelli dei rispettivi consigli di circolo. Qualcuno ha letto anche un elenco e ha invitato nuovamente ad entrare solo quelli chiamati con nome e cognome. Tutti gli altri: esclusi! Entro insieme ad altri miei colleghi, essendo sull'elenco, ma con l'imbarazzo di aver voltato le spalle agli altri, come se fossi una privilegiata... Una sensazione che non mi aspettavo di provare. Ciò che poco prima era soltanto una strana e incomprensibile sensazione, a pelle molto irritante, adesso iniziava a prendere forma dal momento che vedo e sento la consigliera, genitore, che nell'orecchio del sindaco dice: “Eh, ma così adesso stanno entrando tutti”. Continuo a non capire. A quel punto tentano un altro modo, apparentemente accogliente, per allontanare 'quegli altri' esclusi. Ci fanno rialzare e ci invitano a trasferirci in una stanza più ampia. Ma non veniamo seguiti dai nostri dirigenti che, come alunni discoli e disobbedienti, ritornano indietro richiamati dal sindaco. La sorte dei presenti adesso è nelle mani del comandante dei Vigili Urbani. Qualcuno di noi parla di strani giochetti a cui ci stanno sottoponendo, ma il comandante bruscamente e molto innervosito interviene dicendo che non è affatto così, in più, una volta “in trappola” in quella più ampia stanza (dove qualche genitore prende posto, invano), in maniera autoritaria e con tono perentorio allontana nuovamente i genitori che non erano nell'elenco letto e riletto più volte. Ci guardiamo tutti sconvolti, chiedendoci: “Perché, perché tutto ciò? Siamo in caserma? Abbiamo commesso qualche reato? Noi no, siamo sull'elenco!!!”. Ma anche gli altri, non mi sembrava avessero creato sommosse, avuto nessun atteggiamento incivile e scorretto... Un genitore fa anche notare che ha preso un permesso dal lavoro per esserci, convocato il 16 ottobre come rappresentante dei genitori... È qui che sboccia l'equivoco! Tentano anche di trovare dei responsabili, dando la colpa ai dirigenti che non hanno ben compreso i destinatari della convocazione... Ma non intendo addentrarmi nei vicoli ciechi di tali motivazioni. Mi aspettavo, a quel punto, che il buon senso e il giusto istinto di un primo cittadino spingessero il nostro sindaco a far accomodare tutti visto che si trattava di argomento pubblico e che il numero dei partecipanti permetteva un incontro agevole. Che problema ci poteva essere? Ma evidentemente loro un problema lo avevano.

Ho ammirato l'educazione, la calma, nonostante il nervosismo e la rabbia, la prontezza con cui alcuni genitori hanno chiesto di restare, rivendicando un sacrosanto diritto a partecipare, partecipare alle cose pubbliche! Interviene così un mio collega, in veste anche di pubblico ufficiale, che ha espresso il suo parere circa la validità del ruolo di consiglieri e quindi l'inutilità della presenza degli altri genitori. Ho pensato che le relazioni di amicizia, affetto, rispetto, pur rimanendo nella diversità di pensiero, stavano cedendo il posto ad una prepotente presa di posizione con evidenti condizioni di imbarazzo, rabbia, estraniamento direi. Il muro difronte a noi ha iniziato a farsi sempre più alto e robusto e come in una partita di calcio senza regole di gioco si sono distinte due fazioni contrapposte. Tornano così i nostri dirigenti. Mi pare siano molto irritati e frastornati, sembravano essere stati ben istruiti a risolvere “quel loro problema”, ma nella maniera più ingiusta e rocambolesca: rileggono l'elenco dei prescelti e invitano solo loro a seguirli. Gli altri potevano andar via. Adesso i nostri nemici sono i nostri stessi dirigenti, neanche loro sembrano capire da che parte stare, neanche loro sembrano comprendere veramente cosa c'è dietro quello strano comportamento. Il tempo intanto non ha atteso. Il volto dei dirigenti delle due scuole è impresso in foto che non dimenticherò! L'espressione che avevamo tutti sono foto, ritratti di persone maltrattate, nel senso civico del vivere in armonia; foto mai scattate, che mai nessun collaboratore di qualsivoglia sindaco pubblicherà sulla sua pagina fb.

I miei desideri si trasformano in triste constatazione di fatti aridi, deludenti, ingannevoli. Continuo a non capire, continuo a chiedermi perché siamo ancora li a contrattare e non ad iniziare l'incontro per il quale loro stessi ci hanno convocati. Ci si sente presi in giro, abusati di un potere di poltrone che prima o poi gireranno. La mia posizione di consigliera, di circolo s'intende, si è dissolta. Mi sentivo parte di tutto, di quella prepotenza subita come i capricci di certi bambini che incalzano fino all'inverosimile della irragionevolezza. Ma difronte non avevamo bambini ma adulti e pure con ruoli molto “autorevoli”. E noi, come bambini ben educati e convinti dei propri diritti, abbiamo preso la nostra posizione: non entreremo se non tutti, con la proposta di dare diritto di parola solo ai famosi nell'elenco, gli altri avrebbero partecipato solo come uditori. Ma il comandante dei vigili non ci sta e, a quel punto, invita tutti ad andare via e a rinviare l'incontro. Allora l'istinto di sopravvivenza, di rivendicazione dei propri diritti risuona in ognuno di noi e, senza che ci fossimo parlati, saliamo tutti, quei tutti ormai davvero stanchi e arrabbiati, perché così diventa poi chi subisce ingiustizie sulla propria pelle, nera o bianca che sia. La scena è grottesca. Come al mercato, in una casba, si tratta, si scende a compromessi di balorda vita incivile. Io voglio andarmene! Voglio respirare ossigeno... Sento il bisogno di rivedere mia figlia che sta ormai per uscire da scuola, di tornare alla vita fatta di cose vere e concrete. Sono combattuta. Mi chiedo cosa sia più importante: restare, a quella che ritengo essere una pagliacciata o andar via.

Resto ancora. Mi tengo fuori dalla stanza del sindaco, che butta fuoco, sembra una arena con i tori che si preparano alla corrida. Io sono in panchina, con la testa che mi fuma. L'aria è davvero torbida, non la reggiamo più, non è trasparente. Eppure eravamo arrivati in pace, con il sorriso, con la serenità di chi si impegna per il bene della comunità, nonostante l'orario scomodo, ma anche quella giusta dose di curiosità e aspettative. Il sindaco è irremovibile, fuori i non desiderati (ricordate l'elenco...?)! Incontro a porte aperte, allora! Ci si accontenterà di restare accalcati nel piccolo corridoio. Roba da matti! Ci si guarda attoniti, sconvolti, increduli. Rivedo il collaboratore del sindaco passare freneticamente tra la stanza del sindaco e il suo gabinetto con l'inseparabile protesi alla mano, la macchina fotografica, pronto a testimoniare il fine di tutto questo, fine ultimo della convocazione e cioè la visibilità sulla pagina fb del sindaco, quella che “acconza” il piatto, che dà ai suoi commensali cioè i cittadini che leggono le sue “pubblicazioni”, l'illusione che il comune sia aperto, ospitale, che convochi e abbracci le persone, ascolti i loro bisogni e risolva (neanche tanto prontamente però, visto il ritardo vergognoso della mensa scolastica) i loro problemi.

Frase spontanea e abusata: ma di cosa stiamo parlando? Non è forse un diritto avere la mensa scolastica? Era proprio necessaria questa convocazione, qui, oggi? Io resto fuori, come la palla che non sa ancora in quale rete fare gol. Ma io non voglio fare nessun gol! Non voglio sentirmi da una o dall'altra parte. Vorrei sentirmi un tutt'uno con l'amministrazione del mio paese e i genitori non riportati in quell'elenco. Me ne vado, perché non voglio prestarmi a quel gioco frivolo, vuoto e ingannevole. E soprattutto non voglio farmi fotografare. Ad andare via non sono sola. Rifletto sul mio stato d'animo, su come, quel clima, quel trattamento subito ingiustamente, può far diventare violenta, aggressiva, diffidente anche la persona più educata e tranquilla. Un atteggiamento più cordiale, più accogliente avrebbe reso tutti più sereni, avrebbe snellito i tempi. Ma per far questo bisogna innanzi tutto volerlo oltre che esserne capaci. È evidente che così non è. La rabbia è tale che, per placarla, ritorno a pensare ai desideri. Mi piacerebbe immaginare un sindaco come Lucano, che dia ascolto concreto a chi chiede. Del resto anche noi, come i rifugiati, abbiamo bisogno di qualcosa; tutti abbiamo bisogno di qualcosa. Di essere accolti, ascoltati, tutelati. Chiediamo diritti non favori. Di questo, il sindaco di Riace ne è sempre stato certo e prima di lui un certo vescovo Don Tonino Bello, molto più vicino a noi, che distrattamente qualcuno ha dimenticato se non nelle cerimonie di calendario; entrambi certi di non commettere alcun reato. Perché si tratta di diritti, civili e sacri e non di favori. Ma ciò che immagino si perde nella delusione e nello sconforto di una realtà assai poco elegante, che tutto è fuorché accogliente, inclusiva e al servizio dei veri bisogni delle persone.

Sulle mie emozioni e sul sentire più profondo di ognuno poco si può ridire. Molto si può e si deve condividere per riflettere e crescere, per poter riconoscere i limiti degli altri, per imparare a farsi rispettare, per decidere chi e cosa voler essere nella vita. Sono sicura che in questo mio sentire ho incrociato tutti gli altri in quel buffo e irritante 22 ottobre ormai già lontano, ma non certo dimenticato. Le foto più importanti sono nei fatti e negli esempi “belli e costruttivi” che si possono dare e non nelle egocentriche iconografie di spicciola pubblicazione. Oltre ai desideri ho una certezza: vorrei che non accada più una cosa simile! Che non accada mai più a nessuno. Sono mamma, papà, persona, genitore, consigliera/e (di circolo), ma anche no,

Antonella, e tutti gli altri, presenti e fuori dall'elenco.

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