Le mafie, dice Gratteri, dimostrano di saper “pensare globale”, molto più dei comuni cittadini

Gran finale del Festival per la Legalità. Gratteri: «Dovete arrabbiarvi. Ma prima studiate». Foto

Si è chiusa in grande stile - e con una grande partecipazione di pubblico - la quarta edizione della manifestazione organizzata da "Città Civile". Ospite d'eccezione il noto magistrato calabrese

Attualità
Terlizzi venerdì 24 luglio 2015
di Gianpaolo Altamura
nicola gratteri
nicola gratteri © movimento civico

"Vi dovete arrabbiare. Dovete indignarvi. Contestate, fate sentire la vostra voce. Ma prima studiate". È questo, in breve, l'appello lanciato agli spettatori della serata finale del Festival per la Legalità da Nicola Gratteri, il magistrato calabrese che da anni vive sotto scorta perché colpito da una “sentenza di morte” dalla ‘ndrangheta, di cui costituisce una vera e propria spina nel fianco con le sue indagini internazionali sul narcotraffico.

Si è chiusa in grande stile la quarta edizione della manifestazione organizzata dal movimento "Città Civile", svoltasi nella cornice intima della corte della pinacoteca "de Napoli", riempita in ogni ordine di posto da un pubblico attentissimo. Al centro della scena un vero e proprio superospite, la cui caratura è risultata evidente nel corso dell'ora abbondante in cui ha intrattenuto la platea, letteralmente rapita dal carisma e dall'eloquenza, ma anche dallo spessore morale di quest'uomo autentico e schietto, dai tratti veraci, che non ama parlare per frasi fatte, ma è chiaramente animato da un'inestinguibile passione civile.

La presentazione del suo ultimo libro, Oro bianco – una inchiesta sulla “fortuna” del narcotraffico, dalle origini in Sud America al mercato dei consumatori in Occidente, scritta a quattro mani con Antonio Nicaso, – è stata lo spunto per delineare un quadro nient’affatto tranquillizzante, anzi piuttosto disturbante e per molti versi tragico, della situazione della legalità in Italia.

«Nella lotta alla mafia non stiamo vincendo, né pareggiando. Anzi, le cosche sono più radicate che mai», ha esordito subito Gratteri, che ha dialogato con il giornalista di Rai Tre Leonardo Zellino e con il contrappunto di alcune sequenze video dei suoi viaggi in Colombia, dove si reca spesso per condurre le indagini sul narcotraffico internazionale, un affare in cui la ‘ndrangheta – riferisce – è quasi monopolista in Europa.

«La lezione che ci danno le mafie è inquietante: sfruttando i grandi porti del nord Europa – Rotterdam, Anversa – per far arrivare la droga nel continente, dimostrano di saper “pensare globale”, molto più della nostra classe dirigente e dei comuni cittadini. Si muovono tra Olanda, Belgio, Germania, Svizzera come noi ci muoveremmo per le strade della nostra città. Mentre qui al Sud non siamo neanche in grado di ideare progetti per utilizzare i fondi che l’Unione stanzia per noi e pertanto siamo costretti a rimandare indietro fiumi di denaro. Siamo meno preparati, meno adatti degli altri popoli a cogliere le opportunità».

La mafia del resto è un disastro di portata culturale e socio-economica, prima ancora che un fenomeno di natura etico-criminale, continua il magistrato, perché depaupera il territorio, lo svuota, ne spegne le potenzialità. Uno dei dati più allarmanti è appunto questo: «La ‘ndrangheta ha reso difficile la vita in molte aree del sud, inducendo la borghesia colta e per bene a migrare e a lasciare libero il campo a classi sociali più ignoranti, qualunquiste, impoverendo tragicamente il patrimonio sociale e culturale di molte zone della Calabria, ad esempio, la cui classe dirigente è piena di gente incapace e corrotta, che pensa solo ad arricchirsi a danno della comunità».

La capacità di penetrazione della 'ndrangheta è del resto massima perché si basa su una struttura arcaica e inossidabile, la cui tenuta è garantita dai vincoli di sangue. Per entrare nelle ‘ndrine bisogna addestrarsi per almeno un anno e mezzo e questa dura selezione ha dei mentori che garantiscono personalmente per i nuovi accoliti, pena la loro stessa incolumità. Questo è uno dei motivi per cui i “locali” di ‘ndrangheta sono compatti, corazzati, e non hanno quasi mai pentiti e collaboratori di giustizia.

D’altronde, prosegue Gratteri, «io indago sul narcotraffico perché è questo il modo più efficace di perseguire la ‘ndrangheta: risalire alla filiera della droga consente di colpire la ricchezza e assieme di svelare la trama dei rapporti intrattenuti dai clan. Con le mafie pugliesi, ad esempio – spiega il magistrato, – le famiglie calabresi barattano armi in cambio di cocaina, in virtù dei fitti rapporti esistenti tra la Sacra Corona Unita e i contrabbandieri dell’ex Jugoslavia. Questo dimostra che è più efficace condurre la lotta alla mafia sul piano economico-finanziario che sul piano morale. Diventare mafiosi non deve più essere conveniente».

Sembra di riascoltare quel “follow the money” che era già stato il motto di Falcone, colui che ha rivoluzionato i criteri di indagine nei confronti delle associazioni mafiose, consapevole del fatto che Cosa Nostra non era più da tempo una semplice organizzazione territoriale, ma un vero e proprio colosso economico-finanziario capace di fatturare, già allora, miliardi di lire.

Proprio sulla questione del ricordo di Falcone e Borsellino, uccisi dalla mafia negli attentati di Capaci e via D’Amelio, Gratteri non nasconde di avere molte perplessità, raccontando di aver preso parte a eventi celebrativi presieduti da personalità - anche interne al mondo della magistratura – che avevano osteggiato, neanche troppo velatamente, l'operato dei due giudici finché erano stati in vita. «L’Italia è un paese dalla memoria corta e sta gradualmente diventando l’Africa dell’Europa, purtroppo. Da anni io sconsiglio di dare soldi alle associazioni antimafia, ai soliti “professionisti” di cui parla Sciascia. Non serve, non è etico dare denaro a gente che passa le proprie giornate a fare mera retorica, senza impegnarsi personalmente, dal basso. Più utile sarebbe creare un fondo che garantisca il diritto allo studio, mettendo su comunità specifiche per i giovani che vivono nei territori più difficili».

L'attività criminale e, in subordine, la corruzione – sostiene Gratteri – sono tentazioni a cui è facile assoggettarsi, dal momento che fanno leva sulla naturale predisposizione dell’uomo all’egoismo, alla debolezza, alla vigliaccheria, al "quieto vivere". L’unico modo per contrastare le mafie sarebbe dunque quello di avvicinare i giovani alla cultura, educandoli ai buoni valori, all’importanza della conoscenza e del “fare” concreto. Bisogna impegnarsi quotidianamente nel sociale, denunciare le ingiustizie, i casi di malamministrazione, segnalare gli individui che occupano posti di rilievo in maniera abusiva, senza le adeguate competenze.

«L’egoismo impera, non siamo più abituati a sporcarci le mani, non siamo impegnati nel sociale», è la sferzante osservazione di Gratteri, in un crescendo di palpabile, ma corroborante emotività. L’unico antidoto è l’istruzione, la cultura, che sono sempre propedeutiche alla ricerca della giustizia, continua il magistrato calabrese, la cui fisionomia nelle battute finali del Festival sembra trasfigurarsi (come suggerisce anche Pasquale Vitagliano in diretta) in quella di un altro grande "diagnostico" della cultura mafiosa, Leonardo Sciascia, ma fa risuonare nella corte della Pinacoteca "de Napoli" anche l'insegnamento di un altro grande militante della giustizia sociale come Don Milani. «Dovete arrabbiarvi, contestare. Ma prima studiate!».

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