L'intervista

Don Gianni Fiorentino e l’agenda di Don Tonino: «Amava la gente, fuggiva dai riflettori»

L'attuale parroco dell'Immacolata di Giovinazzo: «Il ricordo che s’impone su tutti è quello di un uomo, un prete, pieno di vita»

Attualità
Terlizzi lunedì 16 aprile 2018
di La Redazione
Don Tonino con un gruppo di ex seminaristi
Don Tonino con un gruppo di ex seminaristi © n.c.

Rimangono indelebili nella sua mente i ricordi al fianco di don Tonino. Ha organizzato le sue giornate nell’ultimo biennio in mezzo al popolo. Don Gianni Fiorentino, attuale parroco dell'Immacolata di Giovinazzo, a distanza di 25 anni, apre lo scrigno dei ricordi.

Don Gianni, ricordi di don Tonino

Sono tanti naturalmente. Il ricordo che s’impone su tutti è quello di un uomo, un prete, pieno di vita che non si risparmia, che si spende, e che si dona regalando a tutti frammenti di Dio, lampi di luce. Don Tonino anche quando ha subìto la stanchezza provocata dalla malattia è rimasto sempre per tutti un uomo, direbbe San Paolo, incalzato proprio dall’amore e dalla passione. Anche se piegato e costretto a letto, riusciva con lo sguardo, con la parola, con la sua voce, a trasmettere la forza e la passione di Dio.

Il rapporto con la gente per lui era speciale.

Gli si avvicinava semplicemente per salutarlo e stringergli la mano. Diceva parole belle, profumate di Vangelo, piene e traboccanti speranze, parole di Dio. Usando un’immagine, è stato come un vetro trasparente che è riuscito a fare la luce stessa di Dio e da qui l’esigenza che un po’ tutti avvertivano di sentirlo e vederlo, di stringergli la mano e ascoltarlo. La sua purezza d’intenzione riusciva ad attirare la gente verso di lui, quello che aveva nel cuore si leggeva sul volto e riusciva a trasmetterlo nelle relazioni. Un uomo vero, non aveva nessuna ombra, la sua umanità dava ancora più bellezza al suo essere prete, vescovo, cristiano. Forse questa sua trasparenza, purezza d’intenzioni induceva qualcuno a definirlo un ingenuo, quasi che dovesse essere un po’ più diplomatico, un po’ più ravveduto, più furbo. Lui invece era semplice e umano in tutto.

Quanto di don Tonino, dei suoi insegnamenti, c’è nella vita ecclesiale di don Gianni?

C’è tanto di lui, quanto non saprei dire. Nelle cose che faccio, sicuramente, c’è molto del suo insegnamento, della sua testimonianza di vita. Quando penso al mio ministero di questi 25 anni, spesso, con soddisfazione e gioia, prendo atto che la sua vita, la sua testimonianza di prete, di Vescovo, mi ha molto segnato. Voglio che il suo esempio continui a dare forma a tutto quello che penso e faccio. Lui è uno dei riferimenti più importanti della mia vita, continua a guidare i miei passi di uomo, di cristiano e di prete.

Don Gianni, com’era gestire l’agenda di don Tonino?

Non era facile gestire l’agenda di don Tonino perché per lui era vitale incontrare la gente, soprattutto i poveri. Se per proteggerlo pensavo di fare da filtro mi rendevo conto che per lui l’incontro con gli altri, l’ascolto dei più poveri, era come respirare l’aria. Questa protezione non lo aiutava e allora facevo in modo che in episcopio non fosse congestionato d’impegni. Dal primo momento in cui iniziava fino a quando terminava la giornata, doveva trascorrere le ore sempre a contatto con gli altri.

Come passava la giornata don Tonino?

Fino a quando è stato bene, gestendo il dolore e il male, spesso si alzava nel cuore della notte. Se doveva preparare una relazione, un articolo per Luce e vita, si alzava molto presto cosi dalle 7 poteva già accogliere la gente. Si alzava, andava in cappella, dove aveva il suo tavolino, perché sapeva di poter trovare il clima adatto per la preghiera e per preparare, io dico in compagnia di Dio, quello che poi doveva trasmettere attraverso un articolo, una relazione, una catechesi e un’omelia. Iniziava, il tempo di un caffè e un pasticcino, a ricevere la gente. Era un continuo ricevere persone, telefonate. Da questo punto di vista non si è mai risparmiato, si è consumato. Interrompeva i vari impegni intorno all’una per il pranzo. Quando rientrava dal seminario pranzava con i ragazzi, dedicava un po’ di tempo alla lettura dei giornali e poi di nuovo si tuffava nel vortice degli incontri e degli appuntamenti. Spesso era fuori per gli appuntamenti perché i parroci lo chiamavano per celebrare la messa. Ricordo che nelle ultime ore della giornata spesso andava presso la Casa di Ruvo per organizzare, con il consiglio d’amministrazione, gli impegni a favore dei ragazzi oppure incontrava loro. Spesso si recava anche alla casa dell’accoglienza di via Pisacane.

Don Gianni, ci regali un ricordo particolare di don Tonino.

Tutto quello che faceva, proprio perché era vissuto nella verità dei gesti e nella purezza delle intenzioni, aveva il suo fascino. In questo momento mi si affaccia in mente un ricordo: per un periodo ha accolto nell’episcopio un vecchietto, un uomo anziano. La sera, prima di chiudere la porta, lo prelevava dalla stazione di Molfetta, andava con l’auto, sapeva di trovarlo lì, evidentemente non aveva più una casa. Lo portava in episcopio e cenavano insieme. Lo so perché dalle finestre grandi del seminario con i ragazzi vedevamo e lui non si accorgeva di noi. Una sera, prima della malattia e prima che diventassi il suo segretario, ero nel seminario come educatore. Entrai in casa, tra l’altro la porta che collegava la curia con l’episcopio era sempre aperta. Andai in cucina: stava cenando e chiacchierando con questo vecchietto come un amico s’intrattiene con un altro. Mi ha fatto tanta tenerezza quando don Tonino mi ha visto, provò un po’ di imbarazzo per questo gesto di carità che stava vivendo in maniera riservata. Temeva potesse diventare di opinione pubblica. Don Tonino era molto riservato, schivo, fuggiva dai riflettori e voleva che i suoi gesti di carità e amore rimassero nascosti. Aveva il timore che fossero travisati. Quell’anziano la mattina, poi, lo riportava alla stazione. Questo è durato per molto tempo.

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