16 MARZO 1978: RICORDI E RIFLESSIONI SUL RAPIMENTO DI ALDO MORO

Vito De leo LiveYou - Cronaca
Terlizzi - martedì 14 marzo 2017

Giovedì 16 marzo ricorre il trentanovesimo anniversario della strage di Via Fani a Roma, in cui fu sequestrato il presidente della DC on. le Aldo Moro e trucidata la sua scorta formata dagli agenti Oreste Leonardo, Domenico Ricci, Raffaele Iozzino, Giulio Rivera, Francesco Zizzi, ad opera dei terroristi delle Brigate Rosse. Non è il momento per rifare la cronaca dei cinquantaquattro giorni caratterizzati dall’alternanza della fiducia e della preoccupazione, con tutti gli interventi, dai più umili ai più alti e solenni, seguiti, il 9 maggio dalla tremenda notizia della renault rossa ritrovata col cadavere del martire a poca distanza da piazza del Gesù e da Via delle Botteghe Oscure. Un tragico evento che gettò nel lutto una nazione, offese la coscienza degli italiani e che ha costituito la pagina più obbrobriosa e degradante tra le tante scritte e firmate dalle B.R., ed ha chiuso un’epoca nella vita della giovane repubblica italiana, facendo compiere una svolta al nostro modo di pensare e di vivere.

Queste note che propongo all’attenzione dei lettori non vogliono essere una retrospettiva sulla responsabilità del sequestro e sui misteri che tuttora lo accompagnano, come continua a fare in giro per l’Italia l’amico on. Gero Grassi, ma una doverosa riflessione, senza retorica, su una figura indimenticabile sempre degna di rispetto e di attenzione.

A 39 anni dal suo rapimento anche noi del Centro Studi Politici “Aldo Moro” che lo conoscemmo da studenti universitari, da dirigenti del suo stesso partito, da pubblici amministratori sempre ispirati ai suoi valori di onestà, trasparenza e democrazia, vogliamo ricordarlo soprattutto a quei giovani che non lo hanno conosciuto e a tutti i politici che lo hanno dimenticato e non potranno mai somigliargli. Memorabile un suo pensiero: “Questo paese non si salverà, la stagione dei diritti e delle libertà si rivelerà effimera se non nascerà un nuovo senso del dovere”. Ogni buon politico dovrebbe fare tesoro di questo insegnamento, se vuole contribuire veramente a dare un senso alla propria azione politica per la comunità.

“Fare memoria” per noi vuol dire ricordare per continuare e imparare, per trasmettere alle generazioni più giovani un messaggio che è attuale e serve insieme per capire il passato, riflettere sul presente, progettare il futuro. Noi ci auguriamo di poter contribuire - come Lui ci ha insegnato nei frequenti incontri che abbiamo avuto l’onore di realizzare – a riflettere sul valore e sulla necessità di coltivare il senso del dialogo e delle alleanze tra formazioni politiche diverse, mantenendo noi stessi e ciascuno la propria identità, collocandoci “gli uni accanto agli altri, tutti forniti di idee e di formule idonee per la soluzione dei problemi di convivenza, di ordine, di sviluppo e di partecipazione che si pongono nella vita nazionale” (Moro 1974).

La vita e la tragica fine di Moro richiamano ieri come oggi, a stare nella storia e nella politica con speranza. E’ quanto ci aspettiamo dalle istituzioni che vorranno ricordarlo a 39 anni dalla sua tragica morte. Disperdere la memoria, infatti, è peggio che disperdere le ceneri: noi abbiamo il dovere di riaccendere tutte le fiammelle del nostro ricordo e della nostra evocazione.

“Noi non vogliamo essere gli uomini del passato, ma quelli dell’avvenire. Il domani non appartiene ai conservatori ed ai tiranni: è degli innovatori attenti, seri, senza retorica. E quel domani nella società civile appartiene, anche per questo, largamente, alla forza rivoluzionaria e salvatrice del cristianesimo. Lasciamo dunque che i morti seppelliscano i morti. Noi siamo diversi, noi vogliamo essere diversi dagli stanchi e rari sostenitori di un mondo ormai superato”.(A. Moro)

Vito De Leo

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